LE ORIGINI
Taliercio veniva da una famiglia di umili origini, proveniente da Ischia ma che, qualche tempo prima era emigrata a Carrara, dove i genitori gestivano un negozio di terracotte.
Riuscirono a far studiare il figlio al liceo e ad iscriverlo a Ingegneria a Pisa dove nonostante le difficoltà economiche della famiglia, si laureò con il massimo dei voti.  Taliercio si trasferì a Mestre negli anni Cinquanta per lavorare alla Montedison, fino a diventare direttore generale.
Montedison S.P.A.
è stato un grande gruppo industriale e finanziario italiano, conosciuto con questo nome fino al 2002; attivo nella chimica e nell’agroalimentare.
Aveva interessi in numerosi altri settori; come la farmaceutica, energia, metallurgia, assicurazioni ed editoria.

PINO E GABRIELLA
Giuseppe Taliercio era il direttore del Petrolchimico dal 1980, aveva 4 fratelli che come lui erano stati cresciuti dalla madre presto vedova a Ischia.  Sposato con Gabriella, aveva 5 figli; tre femmine e due maschi.  E’ nato l’8 agosto 1927 a Carrara e morto il 5 luglio 1981 a Venezia.

Taliercio famiglia

IL RAPIMENTO E L’ASSASSINIO
Giuseppe Taliercio è stato rapito il 20 maggio 1981 da alcuni brigatisti della colonna veneta.
Tre uomini in borghese di cui uno vestito da finanziere suonarono nella sua abitazione, dove era con moglie e figli, lo rinchiusero in una cassa e lo portarono via verso le 13:15.
Successivamente fu nascosto in un casolare a Tarcento nei dintorni di Udine.
Dopo 47 giorni di prigionia, Antonio Savasta, considerato il capo dei brigatisti veneti, eseguì la sentenza sparando 17 colpi con due diverse pistole contro il baule in cui Taliercio era stato rinchiuso.
Venne fatto ritrovare cadavere nelle vicinanze della Montedison, il 5 luglio 1981, rinchiuso nel bagagliaio di una Fiat 128 azzurra.
Sul sedile posteriore della macchina sono stati abbandonati il suo orologio, il portafoglio con alcuni biglietti da visita del dirigente, lettera di un amico e 7000 lire, e un bossolo calibro 7,65.
Gli abiti erano diversi da quelli del giorno del sequestro.   Durante la sua prigionia le Brigate Rosse non chiesero mai esplicitamente una contropartita per la sua liberazione.
Alle BR ( Brigate Rosse ) però non vennero fatte offerte, e solamente vent’anni dopo un dirigente della Montedison affermerà che l’allora presidente Schimberni aveva dato carta bianca in caso servisse denaro per la liberazione di Taliercio.  I risultati dell’autopsia rivelarono che Taliercio non aveva mangiato negli ultimi cinque giorni e che aveva un incisivo rotto alla radice, verosimilmente a causa di maltrattamenti.  Durante la prigionia, come poi emerse nel corso del processo, egli si era opposto alla collaborazione coi carcerieri.  Il funerale si svolse il 10 luglio del 1981 nella chiesa parrocchiale di Marina di Carrara alla presenza del presidente della Repubblica Sandro Pertini.  Giuseppe Taliercio, che è sepolto nel cimitero di Turigliano.
Quando  venne ucciso aveva  53 anni.

Taliercio rapimento

IL PROCESSO
Antonio Savasta, membro delle Brigate Rosse, che confessò di essere stato l’autore dell’omicidio e divenne collaboratore di giustizia.
Grazie ad un forte sconto di pena fu condannato a 10 anni di carcere; il terrorista Cesare Di Lenardo ed i tre esecutori materiali del sequestro, Pietro Vanzi, Francesco Lo Bianco e Gianni Francescutti, vennero condannati all’ergastolo.

MA CHI ERA VERAMENTE PINO?
Cardinale Marco Cè patriarca di Venezia nel 2001, dice:  Non ebbi la grazia di conoscere personalmente l’ingegnere Giuseppe Taliercio.
Ne sentii   parlare molto bene da persone che l’avevano frequentato e che erano stupite dalla sua personalità e competenza.
Seppi più tardi che pregava e teneva un comportamento tranquillo con i suoi brigatisti e carcerieri.
Taliercio fu una luce nelle tenebre di un periodo triste per tutta l’Italia.
–Primo Stocco era uno dei suoi amici più stretti, dice: Taliercio era un tipo schivo, scrupoloso nel lavoro e riservato nella sua vita privata.
Era molto religioso e dedicava alla famiglia molto del suo tempo, nelle feste si dedicava ad una attività che teneva nascosta ai suoi familiari: faceva visita ai dipendenti della Montedison S.P.A con particolari problemi di salute, economici o d’altro.
Era un uomo di fede e gli riusciva difficile pensare che ci fosse qualcuno intenzionato a fargli del male.
Una volta mi disse: “ Bisogna sempre perdonare, anche chi uccide”.
Nel gennaio del 1980 è stato nominato direttore del petrolchimico e avrebbe dovuto ricoprire la carica fino al 30 maggio del 1981 ma i brigatisti lo rapirono il 20 maggio.
–Enrico Bondi era l’amministratore delegato del gruppo Montedison, dice: Taliercio fu una personalità illuminata dalla fede e con alti valori morali.
Era un tecnico che fino alla morte ha diretto il petrolchimico di Marghera.
Taliercio personificava sempre la cultura nel gruppo.
Italo Sbrogiò era l’ex leader di Potere Operaio, dice: Era un grande tecnico ma troppo leale e coerente con la sua fede per occupare il posto di   direttore di una multinazionale.
Era un uomo di estrema gentilezza e competenza.  –Don Franco De Pieri era un sacerdote di Mestre, dice: Rimase integro e forte nella sua fede, non era servo di nessuno, non era iscritto a nessun partito, non aveva potere.
L’hanno rapito pensando di cambiarlo ma non ci sono riusciti.
Lo uccisero.
-Antonio Taliercio figlio di Giuseppe, dice: Mio padre non era servo delle multinazionali, era un uomo tranquillo capace di sorridere,   un cattolico che faceva volontariato e un padre che ci ha insegnato a parlare con tutti.
-Cesare Taliercio figlio di Giuseppe, dice: “Il massimo che possono farmi è uccidermi.” Mentre riporta questa frase del padre, il figlio inghiotte a fatica l’emozione, solleva gli occhiali e cerca di asciugare il ricordo che è   sempre lì, perfettamente a fuoco nella memoria.
Sono passati quarant’anni e come andò h a finire lo sappiamo.
Cesare allora disse:” Io ho nutrito grandi speranze per tutti quei 47 giorni, ero convinto che le capacità di mediazione e il dialogo di mio papà lo potessero davvero salvare”.

I FATTI DESCRITTI DA UN TESTIMONE OCULARE: CESARE TALIERCIO
Eravamo seduti a tavola e stavamo mangiando.
Io, mia sorella Bianca, mamma e papà.
Gli altri fratelli non c’erano, Antonio era a scuola, Elda in facoltà a Padova, e Lucia a lavoro alla Ligabue.
Ad un certo punto suonano alla porta, mamma si alza e va ad aprire, io la seguo: ”Pino, è la Finanza”.
Al che mi volto e vedo papà che, ancora seduto, china la testa prima di alzarsi: aveva capito.
Dalle borse tirano fuori le pistole: Brigate Rosse. “Non fate niente a mio padre” gli dissi.
E lo ripetei.
Allora uno di loro mi guardò dritto, minacciandomi: ”Ma non hai capito chi siamo?”.
Intervenne quindi mia madre: ”Stiamo calmi”.

In pochi minuti mio padre venne portato in salotto e noi tre legati con le mani dietro la schiena, lo scotch sulla bocca, distesi pancia a terra e rinchiusi in cucina.
Quando mia sorella riuscì a liberarsi chiedemmo aiuto ai vicini ma di là, in salotto, non c’era più nessuno.
Nessuno vide o sentì nulla.
Iniziò allora l’attesa, ricordo un periodo confuso, quasi a due facce.
In casa nostra c’era sempre un via vai di gente, amici, conoscenti che ci sostenevano, e fuori molto silenzio, con i media che si occuparono poco del caso.
Le cronache della primavera dell’81.
Io ho nutrito una grande fiducia per tutti i 47 giorni, ero convinto che le capacità di mediazione e di dialogo di mio papà lo potessero davvero salvare.
Durante la prigionia ci scrisse delle lettere ma poi scoprimmo che le strappò.
Credo che non volesse mostrare i suoi sentimenti ai brigatisti, mettersi nudo davanti a loro.
Non ci ascoltarono in molti, tranne Radio Radicale.
Mia sorella Bianca fu ospitata da Canale 5, e insieme rilasciammo un’intervista ad Antenna 3, il giorno dopo l’uscita del volantino con il quale le Brigate Rosse lo condannarono a morte.
Il 5 luglio, la mattina presto, arrivò una telefonata.
Andò a rispondere Elda, era una cronista dell’Ansa.
Mise giù la cornetta e disse solo tre parole: “E’ andata male”.
Il corpo lo trovarono in una Fiat 128 azzurra davanti al Petrolchimico.
È inevitabile.
Mi sono chiesto  cosa sarebbe successo se non avessimo aperto la porta quel giorno, se avessimo fatto qualche azione eclatante…
Chi lo sa.
Ma è andata così.
Un anno prima, sempre a Mestre, uccisero il suo vice Sergio Gori.
Ero a scuola quando lo venni a sapere.
Mio padre rientrò a casa: abbracciò a lungo e con forza Elda, un gesto che ora vedo come qualcosa di simbolico.
No, non aveva paura di essere il prossimo obiettivo, lo riteneva semplicemente un evento possibile.
Credeva nella Provvidenza.
“Al massimo mi uccidono”, appunto.
Era un uomo di fede, ma una fede pratica, concreta, vissuta.
Pensi che spesso la notte se mi alzavo lo vedevo leggere gli atti degli apostoli.
Erano anni dominati da una violenza generalizzata.
C’era un clima di tensione molto forte, non so bene come spiegarlo, c’era chi usciva di casa la mattina e non sapeva se sarebbe tornato a casa la sera, gli attentati erano all’ordine del giorno, erano davvero degli anni pesanti, in bianco e nero.
Adesso se li racconti a un ragazzo del 1981, a un uomo ormai, credo faccia fatica a comprenderli.
Giuseppe Taliercio aveva chiesto il trasferimento da Mestre, quel 20 maggio era uno dei suoi ultimi giorni di lavoro al Petrolchimico.
Si sentiva solo.
-La figlia Bianca al funerale del padre, dice:

TESTIMONIANZE DEI DUE BR
-Antonio Savasta alla moglie di Taliercio: Non è molto e non potrà restituirle tutto, perché immagino sia un grande tesoro quello che vi ho sottratto.
Suo marito, in quei giorni è stato come lei lo descriveva: pacato, pieno di fede, incapace di odiarci, e con una dignità altissima.  E’ vissuto serenamente, anche se il suo pensiero e le sue preoccupazioni andavano a voi.
Era lui che tentava di spiegarci il senso della vita, ed io, in particolare, non capivo dove prendesse la forza per sentirsi così sereno.
Quasi staccato dalle cose terrene.  La sua dignità e riservatezza si esprimevano nei piccoli mille gesti quotidiani, facendolo mille miglia distante da me.
No, non era rassegnazione la sua.
Ha lottato per affermare il suo diritto alla vita e quello di molti altri, anche a noi che parlavamo un linguaggio di morte.
Lo so, signora, questo non le restituirà molto, ma sappia che dentro di me ha vinto la parola che portava suo marito.
L’ha vinta contro tutti coloro che, ancora oggi, non capiscono.
Anche in questi momenti suo marito ha dato amore.
E’ stato un seme così potente che, nemmeno io, che lottavo contro, sono riuscito ad estinguere dentro di me.
Credetemi, sono in debito con voi per questo e altro.  -Una brigatista pentita alla moglie di Taliercio: Gentile signora, so che lei ha perdonato, che nella sua infinita bontà porta una croce, il cui peso è tutto nostro, mio.  La forza di suo marito e la sua caparbietà si imponevano con dolcezza, andavano al di là del contingente, si trasformava in serenità di giudizio, anche con noi suoi aguzzini.
Lo confortava il pensiero della sua famiglia, era fiero che nulla fosse mutato nella quotidianità della sua casa, che i figli agissero secondo l’educazione ricevuta.
Non potrò mai restituire ciò che ho rubato e perciò non mi basterà la mia intera vita a pagare un prezzo equo.
Vorrei che potesse essere per lei un dolce ricordo ciò che la mia desolata memoria ha conservato.

DOVE VIVEVA
Giuseppe Taliercio viveva in Via Milano 12 in un appartamento comunissimo assieme alla moglie e ai figli; ecco alcune immagini della via e dell’appartamento oggi.

VENNE DEDICATO UN MONUMENTO A GIUSEPPE TALIERCIO

Questo monumento è stato dedicato, oltre al Palasport, per l’appunto a Taliercio dove la targa riporta una sua frase dice: “Che gli uomini tornino ad essere uomini” Sottolineando la crudeltà degli assassini di Taliercio per l’atto compiuto, questa targa ci chiede di comportarci da umani senza cadere nel buio più profondo della società di adesso.
Inoltre hanno inciso questa frase:“ Per non dimenticare, a dieci anni dalla scomparsa”.
Questa frase cerca di dirci che gli atti compiuti da Taliercio non sono stati vani e che tutti noi lo ricorderemo, senza che lui muoia per davvero.

Come disse Ugo Foscolo: ”Nessuno muore finchè vive nel cuore di chi resta”; ed è proprio quello che stiamo facendo noi del comune e i suoi familiari, lo facciamo rimanere vivo attraverso i nostri ricordi.
Il comune di Venezia decise nel 1978 di dedicare il nuovo palazzetto dello sport a Giuseppe Taliercio.