Le origini e la vita
Alfredo Albanese nacque il 9 gennaio 1947 a Trani (Bari).
Dopo il diploma di liceo classico, intraprese gli studi universitari e si laureò in giurisprudenza a Bari nel 1971.
Dopo una breve esperienza come segretario comunale a Candia Canavese (Torino), entrò nella Polizia di Stato nel 1975, superando il concorso indetto nella Pubblica Sicurezza e venendo subito assegnato alla Questura di Venezia.
Terminato il periodo “in prova” venne destinato al Terzo Distretto di Polizia di Mestre.
Nel 1975 convolò a nozze con Teresa Friggione, con cui era fidanzato da molti anni.
Nel 1979 divenne capo della sezione Antiterrorismo della DIGOS veneziana.
Il medesimo anno venne nominato Commissario Capo.
Il 21 dicembre 1979 Albanese, collaborando con il giudice Pietro Calogero, dette un contributo fondamentale al blitz che portò all’arresto di cinque persone (tre a Padova, due a Venezia), considerati i rappresentanti più significativi dei ruoli intermedi del terrorismo rosso in Veneto.
Il 29 gennaio 1980 le Brigate Rosse uccidono Sergio Gori, vicepresidente della Montedison di Porto Marghera: Albanese sarà impegnato nelle indagini sull’omicidio.
L’inchiesta, dopo questo attentato, subì un repentino ampliamento.
In seguito, le Brigate Rosse portarono avanti ulteriori atti terroristici, fra i quali uno in cui venne colpito il Terzo Distretto di Polizia di Mestre, considerato, come scritto dai terroristi stessi nella rivendicazione, il “Covo della Digos, della Squadra Mobile e centro di formazione quadri per l’antiterrorismo”.
Nella medesima rivendicazione, gli estremisti avvertivano che solo per loro scelta non avevano ancora colpito le persone e che per chi continuava nell’opera di contrasto alle Brigate Rosse il tiro non poteva essere sempre basso.
In una nota recapitata al Ministero dell’Interno, il Questore e il Prefetto di Venezia indicarono Albanese come un probabile bersaglio, assieme vicequestore vicario Ernesto Naccarato e al vicequestore aggiunto Ansoino Andreassi.
Tale intimidazione non fermò né Albanese né i colleghi che continuarono con alto senso di responsabilità il loro lavoro.
Arrivò in seguito un’ulteriore intimidazione, sotto forma di lettera anonima, direttamente a casa di Albanese.
Anche a dispetto di ciò, il funzionario non volle alcuna scorta.


L’attentato, il cordoglio della città, le indagini, il processo, la memoria
Il 12 maggio 1980, mentre si recava al lavoro, Albanese fu attaccato da un commando delle Brigate Rosse, nei pressi della sua abitazione situata in via Comelico, a Mestre.
Salito in macchina, una Fiat 131 Mirafiori metallizzata, e percorsi pochi metri, un’altra automobile, una Fiat 850 di colore grigio scuro (poi rivelatasi rubata), gli bloccò la strada, all’incrocio con via Rielta.
In quel momento un uomo e una donna uscirono dalla vettura e, fingendosi due amanti, si avvicinarono all’auto del commissario e la crivellarono di proiettili.
Albanese tentò di rispondere al fuoco, purtroppo senza successo.
Ad aspettare i due assassini, vi erano i complici dietro alla Fiat 850, a bordo di un’altra automobile.
Riportando gravi ferite in varie parti del corpo, Albanese morì appena giunto in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale cittadino Umberto I.

Egli non fece in tempo a conoscere il figlio, che nacque l’11 ottobre dello stesso anno.
La moglie, che quella mattina non si era recata al lavoro per malessere, sentendo provenire dalla strada i colpi d’arma da fuoco e il successivo tumulto dei soccorsi, si rese conto che quanto accaduto riguardava proprio suo marito; poco dopo ne ebbe la conferma al citofono.
Un aspetto interessante viene riportato in un articolo di Repubblica del 13 maggio 1980, il quale fa meglio comprendere come i terroristi abbiano agito: “Non era un abitudinario – raccontano i suoi colleghi di lavoro – Non usciva mai di casa ad un’ora fissa.
I killer devono averlo aspettato.
Forse erano lì da alcune ore”.
Lo stesso giorno, tutta la città si ferma sconvolta per quanto avvenuto: persino gli operai di Marghera interrompono le loro mansioni e danno vita spontaneamente ad una manifestazione: raggiungono il luogo dell’omicidio e sfilano per le strade cittadine in silenzio fino ad arrivare alla piazza centrale della città, piazza Ferretto; anche studenti ed insegnanti interrompono le lezioni e si uniscono a quel movimento collettivo di sgomento.
Il sentimento è unanime: no alla violenza delle Brigate Rosse.
La camera ardente del Commissario assassinato venne allestita nella sede del Terzo Distretto di Polizia di Mestre: ad esprimere il cordoglio non solo le autorità e forze dell’ordine ma anche molti semplici cittadini.
La mattina del 15 maggio, le spoglie di Albanese, dopo aver ricevuto gli omaggi delle autorità, tra cui il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (ucciso in seguito dalla mafia nel 1982), vengono portate in corteo funebre fino al Duomo di San Lorenzo, dove si svolsero i funerali.
La piazza antistante la chiesa, Piazza Ferretto, era ricolma di gente e dello stesso affetto dimostrato nei giorni precedenti.
Le esequie vennero presiedute dall’allora patriarca di Venezia, Marco Cé.
La sera dello stesso giorno, la salma venne portata nella chiesa parrocchiale di San Giuseppe, dove cinque anni prima si era unito in matrimonio con Teresa.
Ancora una volta, e fino alla giornata seguente (in cui tutte le attività lavorative si fermarono), una moltitudine di gente comune e autorità farà visita alle spoglie del Commissario.
La rivendicazione avvenne, in primo luogo, attraverso una telefonata alla redazione del Gazzettino: la voce affermava che a questa sarebbe seguito un comunicato.
Quest’ultimo giunse cinque giorni dopo con un’ulteriore telefonata alla medesima sede della testata giornalistica, durante la quale il mittente affermava che era stato lasciato un volantino delle Brigate Rosse in un cestino dell’immondizia di campo San Barnaba a Venezia.
Una volta ritrovato, questo si rivelerà effettivamente una rivendicazione scritta.
Le indagini sull’omicidio portarono a sgominare i covi di Udine e Jesolo con la cattura di numerosi brigatisti.
Vennero ritrovati inoltre prove inerenti ai due omicidi e le due targhe delle automobili usate per entrambi gli agguati.
L’esame balistico stabilì inoltre che a sparare a Gori e ad Albanese fu la medesima pistola.
Al processo, celebrato a seguito delle indagini, la Corte d’Assise di Venezia condannò: Marco Fasoli, Nadia Ponti, Marinella Ventura (graziata dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro nel dicembre del 1997) e Vincenzo Guagliardo all’ergastolo.
Emanuela Bugitti e Massimo Gidoni, per i quali fu emessa una condanna a 16 anni e 6 mesi e a 16 anni di reclusione.
Marina Bono, diciannovenne quando uccise Albanese, venne condannata a 13 anni e 7 mesi; fu poi scarcerata nel 1986.
Vittorio Oliviero venne condannato a 16 anni di reclusione, ma venne scarcerato nel 1987.
Sandro Galletta, Andrea Varisco e Michele Galati (quest’ultimo scarcerato nel 1987) vennero condannati rispettivamente a 5 anni, 4 anni e 6 mesi, 16 anni di reclusione.
Mario Moretti venne condannato a 16 anni.
Il 12 maggio 1981, a un anno esatto dall’attentato, nella Caserma di Santa Chiara a Venezia (oggi sede centrale della Questura veneziana) dove si trovava la sede della Digos, di cui Albanese era a capo, venne posta nel corridoio dell’ufficio di Gabinetto una lapide commemorativa.
L’11 luglio 1983 la stessa caserma venne a lui dedicata con la posa di un’altra lapide scoperta dalla vedova.
Nello stesso luogo, negli anni seguenti verrà aggiunta un’altra targa nel corridoio della Digos.
Nella stessa struttura sono posti anche diversi pannelli con il racconto di quegli anni e diverse fotografie, a perenne memoria.
Il 25 maggio 2001 il Comune di Venezia ha posto a terra una lapide nel luogo esatto dell’attentato, all’angolo tra via Comelico e via Rielta, a perenne ricordo del suo sacrificio.
Durante la “129esima Festa della Polizia”, al defunto commissario venne conferita la medaglia d’oro al valor civile, la quale venne ricevuta dalla vedova Teresa Friggione direttamente dalle mani del Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Per merito straordinario, alla memoria, il 29 agosto 1989 venne promosso “Vice Questore Aggiunto”.
Il parco pubblico detto della Bissuola, realizzato tra il 1975 e il 1980, situato a poca distanza al luogo dell’agguato, è stato intitolato ad Alfredo Albanese.
All’interno del parco si trova un piccolo cippo ligneo posto dinnanzi ad un albero dedicato alla memoria del Commissario, comprendente una citazione da Stanislao Nievo.
Ogni anno, le autorità locali organizzano cerimonie commemorative, per onorare la sua memoria e il suo contributo nella lotta contro il terrorismo.
Tra di essi due appuntamenti fissi: la cerimonia alla Questura dinnanzi alla lapide posta nel 1981 e il torneo di calcio che vede sfidarsi squadre appartenenti a diversi corpi delle forze dell’ordine, il quale viene disputato fin dal 1983; durante quest’ultimo evento si tiene anche una manifestazione d’informazione sull’attività dei vari Corpi di polizia.
Chi era davvero Alfredo Albanese
Teresa Friggione, vedova di Albanese, ha parlato del carattere del marito affermando che era un uomo molto scherzoso, dolce con tutti e che amava passare il tempo con i bambini, ma che nei suoi ultimi anni di vita il suo carattere cambiò: sembrava più triste, malinconico e sempre più preoccupato.
Teresa, infatti, non sapeva degli avvertimenti mandati dalle Brigate Rosse.
Egli, infatti, aveva chiesto ai colleghi e alle rispettive mogli di non fare parola delle minacce ricevute, per non farla preoccupare, visto che era in dolce attesa e non voleva in alcun modo nuocere alla salute della moglie e del bambino.
Per comprendere il carattere, la personalità e la dedizione al lavoro di Alfredo Albanese, risulta assai interessante il rapporto informativo spedito al Ministero dell’Interno nel novembre del 1975, redatto al fine di valutare la sua entrata definitiva nei ranghi dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza.
Così viene descritta l’indole del giovane agente: “Funzionario intelligente, munito di un’ottima cultura generale e giuridica, ha dimostrato lodevoli capacità professionali ed organizzative, dando prova di laboriosità, buona volontà e diligenza.
Ha conseguito ottimi risultati nei vari servizi.
Mantiene condotta irreprensibile sotto ogni profilo, di carattere serio e riservato, rispettoso verso i superiori e cordiale con i colleghi, si è conquistato notevole ascendente sugli inferiori di ruolo.
È in grado di espletare tutti i servizi, anche i più gravosi, in località disagiate e difficili.
Per il complesso delle sue doti, le capacità dimostrate e l’impegno che ha riposto nei servizi, il dottor Albanese ha dato prova di possedere tutti i requisiti necessari ad un ottimo funzionario di P.S”.
Ulteriori dettagli sul suo temperamento sono desumibili anche da articoli dell’epoca, come quello del Corriere della Sera datato 14 maggio 1980, inerente un arresto importante a seguito del delitto Albanese.
Così viene descritto: “(…) giovane e dinamico commissario venuto dal Sud che, da solo e con grande coraggio, aveva fiutato la strada giusta (…).
Il commissario arriva a Venezia con tanta voglia di fare.
È sveglio, intelligente, è un «logico» dice chi lo conosceva bene.
In città non esiste un attrezzato apparato antiterrorismo.
Albanese ottiene l’incarico e subito si distingue”.
Il sindaco di Venezia di allora, Mario Rigo, così lo ricordava dalle colonne del Messaggero del 13 maggio 1980, un giorno dopo l’omicidio: “Albanese era uno dei migliori giovani dirigenti della Digos.
La sua attività l’aveva portato molto vicino al riconoscimento della colonna veneta delle Brigate Rosse: un lavoro che non è andato perduto e che rimane come contributo coraggioso di Albanese alla città di Venezia perché essa possa svolgere serenamente e pacificamente la propria vita”.
