vademecum per gli esami a.s. 2025/26
gentili famiglie degli alunni di classe terza
Scuola Secondaria di primo grado
si allega alla presente il documento riguardo allo svolgimento dell'esame in oggetto.
Si pregano le famiglie ad un'attenta lettura vista l'importanza .
Grazie
Il coordinatore didattico prof. Pierangelo Salin
progetto interdisciplinare LIBRIAMOCI
Gentilissime Famiglie degli alunni delle classi prime, sec.1^ gr., Istituto Berna,
lunedì 9 marzo 2026 gli alunni delle classi prime parteciperanno, in aula di arte dell'ISTITUTO BERNA, a una lezione sulla storia del libro tenuta da un'esperta esterna, Sig.ra Paola Moretto, decoratrice artigiana, con visione di stampe e libri antichi. La lezione introdurrà il progetto Libriamoci che si svolgerà nella nostra scuola come da comunicazione, i cui referenti sono gli insegnanti di Lettere, di Arte e di Tecnologia delle classi prime.
LUNEDÌ 9 MARZO 2026
Scansione oraria:
ore 8.55 - 9.50 classe 1C;
ore 9.50 - 10.45 classe 1B;
ore 11.00 - 11,55 classe 1A.
Cordiali Saluti
Prof.sse Marina Palumbo e Cristina Papaccio
referenti del progetto Libriamoci
Gentili famiglie degli alunni della classi prime
Scuola secondaria di primo grado
Si comunica che nei giorni 10-11-12-13 marzo dalle ore 8,00 alle ore 10,45 presso l’aula di arte e musica, le tre classi prime parteciperanno al Progetto interdisciplinare LIBRIAMOCI che prevede tre laboratori: realizzazione di un libro, caviardage e sculture di libri.
I laboratori saranno condotti dalle insegnanti di tecnologia ed arte con la collaborazione degli insegnanti di italiano.
Cordiali saluti.
Il coordinatore didattico prof. Pierangelo Salin
Prof.sse Marina Palumbo e Cristina Papaccio
referenti del progetto Libriamoci
Saggio di Musica di Natale il 12 dicembre 2025
Siamo lieti di informarVi che gli alunni del corso di piano e del corso di coro presenteranno un concerto di Natale che si terrà a Favaro, presso l’Auditorium Sbrogiò, in data 12 dicembre 2025 alle ore 20:30.
Siete tutti invitati a partecipare.
Alleghiamo la locandina dell'evento.
Prof.ssa Bottazzo Antonella e prof. Da Ronco Nicola
Locandina Concerto Natale 2025
Buono Libri anno scolastico 2025-26
Su indicazione dell’Ufficio II: s’informa che la Giunta Regionale del Veneto, con Deliberazione n. 923 del 5 agosto 2025, ha approvato l’avviso pubblico relativo al contributo “Buono Libri” per l’anno scolastico-formativo 2025-2026, finalizzato a sostenere le famiglie nelle spese per l’acquisto dei libri di testo e contenuti didattici alternativi.
La richiesta dovrà essere compilata dai soggetti interessati esclusivamente online nella piattaforma web accessibile all’indirizzo https://libritesto.regione.veneto.it a decorrere dal 17 settembre 2025 ed entro il termine perentorio delle ore 14:00 del 17 ottobre 2025.
Per ulteriori informazioni e le modalità di richiesta si prenda visione della nota allegata e della Locandina
Per chiarimenti relativi alla compilazione delle domande è possibile contattare l’Ufficio Diritto allo Studio Ordinario e Offerta formativa regionale ai seguenti numeri 041 / 2795036 – 5973 – 5032 – 5349 (l u n. – v e n. 9:00 – 1 3:00).
Alfredo Albanese
Alfredo Albanese
Le origini e la vita
Alfredo Albanese nacque il 9 gennaio 1947 a Trani (Bari).
Dopo il diploma di liceo classico, intraprese gli studi universitari e si laureò in giurisprudenza a Bari nel 1971.
Dopo una breve esperienza come segretario comunale a Candia Canavese (Torino), entrò nella Polizia di Stato nel 1975, superando il concorso indetto nella Pubblica Sicurezza e venendo subito assegnato alla Questura di Venezia.
Terminato il periodo “in prova” venne destinato al Terzo Distretto di Polizia di Mestre.
Nel 1975 convolò a nozze con Teresa Friggione, con cui era fidanzato da molti anni.
Nel 1979 divenne capo della sezione Antiterrorismo della DIGOS veneziana.
Il medesimo anno venne nominato Commissario Capo.
Il 21 dicembre 1979 Albanese, collaborando con il giudice Pietro Calogero, dette un contributo fondamentale al blitz che portò all’arresto di cinque persone (tre a Padova, due a Venezia), considerati i rappresentanti più significativi dei ruoli intermedi del terrorismo rosso in Veneto.
Il 29 gennaio 1980 le Brigate Rosse uccidono Sergio Gori, vicepresidente della Montedison di Porto Marghera: Albanese sarà impegnato nelle indagini sull’omicidio.
L’inchiesta, dopo questo attentato, subì un repentino ampliamento.
In seguito, le Brigate Rosse portarono avanti ulteriori atti terroristici, fra i quali uno in cui venne colpito il Terzo Distretto di Polizia di Mestre, considerato, come scritto dai terroristi stessi nella rivendicazione, il “Covo della Digos, della Squadra Mobile e centro di formazione quadri per l’antiterrorismo”.
Nella medesima rivendicazione, gli estremisti avvertivano che solo per loro scelta non avevano ancora colpito le persone e che per chi continuava nell’opera di contrasto alle Brigate Rosse il tiro non poteva essere sempre basso.
In una nota recapitata al Ministero dell’Interno, il Questore e il Prefetto di Venezia indicarono Albanese come un probabile bersaglio, assieme vicequestore vicario Ernesto Naccarato e al vicequestore aggiunto Ansoino Andreassi.
Tale intimidazione non fermò né Albanese né i colleghi che continuarono con alto senso di responsabilità il loro lavoro.
Arrivò in seguito un’ulteriore intimidazione, sotto forma di lettera anonima, direttamente a casa di Albanese.
Anche a dispetto di ciò, il funzionario non volle alcuna scorta.


L’attentato, il cordoglio della città, le indagini, il processo, la memoria
Il 12 maggio 1980, mentre si recava al lavoro, Albanese fu attaccato da un commando delle Brigate Rosse, nei pressi della sua abitazione situata in via Comelico, a Mestre.
Salito in macchina, una Fiat 131 Mirafiori metallizzata, e percorsi pochi metri, un’altra automobile, una Fiat 850 di colore grigio scuro (poi rivelatasi rubata), gli bloccò la strada, all’incrocio con via Rielta.
In quel momento un uomo e una donna uscirono dalla vettura e, fingendosi due amanti, si avvicinarono all’auto del commissario e la crivellarono di proiettili.
Albanese tentò di rispondere al fuoco, purtroppo senza successo.
Ad aspettare i due assassini, vi erano i complici dietro alla Fiat 850, a bordo di un’altra automobile.
Riportando gravi ferite in varie parti del corpo, Albanese morì appena giunto in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale cittadino Umberto I.

Egli non fece in tempo a conoscere il figlio, che nacque l’11 ottobre dello stesso anno.
La moglie, che quella mattina non si era recata al lavoro per malessere, sentendo provenire dalla strada i colpi d’arma da fuoco e il successivo tumulto dei soccorsi, si rese conto che quanto accaduto riguardava proprio suo marito; poco dopo ne ebbe la conferma al citofono.
Un aspetto interessante viene riportato in un articolo di Repubblica del 13 maggio 1980, il quale fa meglio comprendere come i terroristi abbiano agito: “Non era un abitudinario – raccontano i suoi colleghi di lavoro – Non usciva mai di casa ad un’ora fissa.
I killer devono averlo aspettato.
Forse erano lì da alcune ore”.
Lo stesso giorno, tutta la città si ferma sconvolta per quanto avvenuto: persino gli operai di Marghera interrompono le loro mansioni e danno vita spontaneamente ad una manifestazione: raggiungono il luogo dell’omicidio e sfilano per le strade cittadine in silenzio fino ad arrivare alla piazza centrale della città, piazza Ferretto; anche studenti ed insegnanti interrompono le lezioni e si uniscono a quel movimento collettivo di sgomento.
Il sentimento è unanime: no alla violenza delle Brigate Rosse.
La camera ardente del Commissario assassinato venne allestita nella sede del Terzo Distretto di Polizia di Mestre: ad esprimere il cordoglio non solo le autorità e forze dell’ordine ma anche molti semplici cittadini.
La mattina del 15 maggio, le spoglie di Albanese, dopo aver ricevuto gli omaggi delle autorità, tra cui il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (ucciso in seguito dalla mafia nel 1982), vengono portate in corteo funebre fino al Duomo di San Lorenzo, dove si svolsero i funerali.
La piazza antistante la chiesa, Piazza Ferretto, era ricolma di gente e dello stesso affetto dimostrato nei giorni precedenti.
Le esequie vennero presiedute dall’allora patriarca di Venezia, Marco Cé.
La sera dello stesso giorno, la salma venne portata nella chiesa parrocchiale di San Giuseppe, dove cinque anni prima si era unito in matrimonio con Teresa.
Ancora una volta, e fino alla giornata seguente (in cui tutte le attività lavorative si fermarono), una moltitudine di gente comune e autorità farà visita alle spoglie del Commissario.
La rivendicazione avvenne, in primo luogo, attraverso una telefonata alla redazione del Gazzettino: la voce affermava che a questa sarebbe seguito un comunicato.
Quest’ultimo giunse cinque giorni dopo con un’ulteriore telefonata alla medesima sede della testata giornalistica, durante la quale il mittente affermava che era stato lasciato un volantino delle Brigate Rosse in un cestino dell’immondizia di campo San Barnaba a Venezia.
Una volta ritrovato, questo si rivelerà effettivamente una rivendicazione scritta.
Le indagini sull’omicidio portarono a sgominare i covi di Udine e Jesolo con la cattura di numerosi brigatisti.
Vennero ritrovati inoltre prove inerenti ai due omicidi e le due targhe delle automobili usate per entrambi gli agguati.
L’esame balistico stabilì inoltre che a sparare a Gori e ad Albanese fu la medesima pistola.
Al processo, celebrato a seguito delle indagini, la Corte d’Assise di Venezia condannò: Marco Fasoli, Nadia Ponti, Marinella Ventura (graziata dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro nel dicembre del 1997) e Vincenzo Guagliardo all’ergastolo.
Emanuela Bugitti e Massimo Gidoni, per i quali fu emessa una condanna a 16 anni e 6 mesi e a 16 anni di reclusione.
Marina Bono, diciannovenne quando uccise Albanese, venne condannata a 13 anni e 7 mesi; fu poi scarcerata nel 1986.
Vittorio Oliviero venne condannato a 16 anni di reclusione, ma venne scarcerato nel 1987.
Sandro Galletta, Andrea Varisco e Michele Galati (quest’ultimo scarcerato nel 1987) vennero condannati rispettivamente a 5 anni, 4 anni e 6 mesi, 16 anni di reclusione.
Mario Moretti venne condannato a 16 anni.
Il 12 maggio 1981, a un anno esatto dall’attentato, nella Caserma di Santa Chiara a Venezia (oggi sede centrale della Questura veneziana) dove si trovava la sede della Digos, di cui Albanese era a capo, venne posta nel corridoio dell’ufficio di Gabinetto una lapide commemorativa.
L’11 luglio 1983 la stessa caserma venne a lui dedicata con la posa di un’altra lapide scoperta dalla vedova.
Nello stesso luogo, negli anni seguenti verrà aggiunta un’altra targa nel corridoio della Digos.
Nella stessa struttura sono posti anche diversi pannelli con il racconto di quegli anni e diverse fotografie, a perenne memoria.
Il 25 maggio 2001 il Comune di Venezia ha posto a terra una lapide nel luogo esatto dell’attentato, all’angolo tra via Comelico e via Rielta, a perenne ricordo del suo sacrificio.
Durante la “129esima Festa della Polizia”, al defunto commissario venne conferita la medaglia d’oro al valor civile, la quale venne ricevuta dalla vedova Teresa Friggione direttamente dalle mani del Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Per merito straordinario, alla memoria, il 29 agosto 1989 venne promosso “Vice Questore Aggiunto”.
Il parco pubblico detto della Bissuola, realizzato tra il 1975 e il 1980, situato a poca distanza al luogo dell’agguato, è stato intitolato ad Alfredo Albanese.
All’interno del parco si trova un piccolo cippo ligneo posto dinnanzi ad un albero dedicato alla memoria del Commissario, comprendente una citazione da Stanislao Nievo.
Ogni anno, le autorità locali organizzano cerimonie commemorative, per onorare la sua memoria e il suo contributo nella lotta contro il terrorismo.
Tra di essi due appuntamenti fissi: la cerimonia alla Questura dinnanzi alla lapide posta nel 1981 e il torneo di calcio che vede sfidarsi squadre appartenenti a diversi corpi delle forze dell’ordine, il quale viene disputato fin dal 1983; durante quest’ultimo evento si tiene anche una manifestazione d’informazione sull’attività dei vari Corpi di polizia.
Chi era davvero Alfredo Albanese
Teresa Friggione, vedova di Albanese, ha parlato del carattere del marito affermando che era un uomo molto scherzoso, dolce con tutti e che amava passare il tempo con i bambini, ma che nei suoi ultimi anni di vita il suo carattere cambiò: sembrava più triste, malinconico e sempre più preoccupato.
Teresa, infatti, non sapeva degli avvertimenti mandati dalle Brigate Rosse.
Egli, infatti, aveva chiesto ai colleghi e alle rispettive mogli di non fare parola delle minacce ricevute, per non farla preoccupare, visto che era in dolce attesa e non voleva in alcun modo nuocere alla salute della moglie e del bambino.
Per comprendere il carattere, la personalità e la dedizione al lavoro di Alfredo Albanese, risulta assai interessante il rapporto informativo spedito al Ministero dell’Interno nel novembre del 1975, redatto al fine di valutare la sua entrata definitiva nei ranghi dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza.
Così viene descritta l’indole del giovane agente: “Funzionario intelligente, munito di un’ottima cultura generale e giuridica, ha dimostrato lodevoli capacità professionali ed organizzative, dando prova di laboriosità, buona volontà e diligenza.
Ha conseguito ottimi risultati nei vari servizi.
Mantiene condotta irreprensibile sotto ogni profilo, di carattere serio e riservato, rispettoso verso i superiori e cordiale con i colleghi, si è conquistato notevole ascendente sugli inferiori di ruolo.
È in grado di espletare tutti i servizi, anche i più gravosi, in località disagiate e difficili.
Per il complesso delle sue doti, le capacità dimostrate e l’impegno che ha riposto nei servizi, il dottor Albanese ha dato prova di possedere tutti i requisiti necessari ad un ottimo funzionario di P.S”.
Ulteriori dettagli sul suo temperamento sono desumibili anche da articoli dell’epoca, come quello del Corriere della Sera datato 14 maggio 1980, inerente un arresto importante a seguito del delitto Albanese.
Così viene descritto: “(…) giovane e dinamico commissario venuto dal Sud che, da solo e con grande coraggio, aveva fiutato la strada giusta (…).
Il commissario arriva a Venezia con tanta voglia di fare.
È sveglio, intelligente, è un «logico» dice chi lo conosceva bene.
In città non esiste un attrezzato apparato antiterrorismo.
Albanese ottiene l’incarico e subito si distingue”.
Il sindaco di Venezia di allora, Mario Rigo, così lo ricordava dalle colonne del Messaggero del 13 maggio 1980, un giorno dopo l’omicidio: “Albanese era uno dei migliori giovani dirigenti della Digos.
La sua attività l’aveva portato molto vicino al riconoscimento della colonna veneta delle Brigate Rosse: un lavoro che non è andato perduto e che rimane come contributo coraggioso di Albanese alla città di Venezia perché essa possa svolgere serenamente e pacificamente la propria vita”.
Sergio Gori
Sergio Gori (1932-1980)
LE ORIGINI
Sergio Gori, nato il 14 ottobre 1932 a Bengasi, in Libia.
Era rimasto orfano della madre prestissimo ed era stato allevato dalla sorella maggiore.
Durante il periodo coloniale italiano, molti italiani si trasferirono in Libia per opportunità lavorative e per contribuire allo
sviluppo delle infrastrutture locali. Tuttavia, con l'indipendenza della Libia nel 1951 e i successivi cambiamenti politici, molti italiani
rientrarono in Italia. Tra Questi c’è Sergio Gori che per gli studi di chimica aveva scelto Bologna,sebbene le fonti disponibili non
specifichino le ragioni esatte del trasferimento di Gori da Bengasi a Mestre, è probabile che sia stato influenzato da questi eventi
storici.Tuttavia si laureò in chimica e dopo aver lavorato in alcuni paesi del Nord Italia decise di stabilirsi con la figlia nella città di Mestre dove divenne vicedirettore del Petrolchimico di Marghera veniva visto come un simbolo della classe dirigente e dell’industria, che le Brigate Rosse (Le brigate rosse sono state un’organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituita nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo) consideravano responsabile di un sistema capitalista che opponeva le classi lavoratrici.

Le Brigate Rosse miravano a combattere quelle che consideravano le ingiustizie sociali e politiche del tempo. Il suo omicidio, avvenuto il 29
gennaio 1980, mentre usciva di casa per recarsi al lavoro fu chiamato per nome, giratosi, fu ucciso da colpi di arma da fuoco intorno alle 9.30 del mattino davanti alla sua abitazione (in via Garibaldi), dalle Brigate Rosse, che non soddisfatte gli diedero il colpo di grazia, sparandogli anche alla nuca. Questo gesto fece imbestialire i lavoratori, cittadini, famigliari e amici che dimostrarono solidarietà verso
Sergio Gori e iniziarono una forte protesta verso lo stato… diventando la prima vittima del terrorismo a Mestre, il funerale fu svolto nel duomo di S. Lorenzo il 31 gennaio 1980,a questa celebrazione assistirono migliaia di persone…riempiendo la chiesa e anche maggior parte di piazza ferretto. Questo omicidio segnò l'inizio di una serie di attacchi delle Brigate Rosse nella zona, come quello nelle settimane seguenti di Alfredo Albanese.
Fu una parte della strategia del gruppo di attaccare figure legate al mondo dell’industria…per destabilizzare la società italiana durante gli “anni di piombo”, un periodo segnato da violenza politica e terrorismo…purtroppo però gli esecutori materiali dell’omicidio non sono
mai stati identificati con certezza…tranne un volto di una donna tra gli attentatori vista solo grazie ad un bambino che assistì all’omicidio…Dopo tutti questi omicidi le brigate rosse rimasero in silenzio e lo stato italiano non poté fare altro che risarcire le famiglie con un totale di solo cento milioni di lire…al giorno d’oggi 2.448.000,00 euro.
Ovviamente oltre alle proteste,… nella città era presente comunque la paura e la preoccupazione dei cittadini che nei giorni seguenti non passò, ci erano riuscite, le brigate rosse erano riuscite a intimorire un’ intera città…
MAMMA , PAPA' : VI INVITO A CENA!
CARI GENITORI della classe 2^A della Scuola Primaria Berna,
con questa iniziativa la scuola in collaborazione con Rosa dei Venti cooperativa sociale onlus ( azienda che produce i pasti nel nostro istituto) desidera invitare gli alunni con le loro famiglie ad una semplice serata conviviale dove i genitori avranno modo di stare insieme con i loro figli/e e compagni di scuola, conoscere gli altri genitori e assaggiare pietanze proposte nel menù come da allegato.
L'accesso alla serata avverrà semplicemente presentando la sera stessa un buono pasto per ciascun componente partecipante.
Per ragioni organizzative si prega di prenotare in segreteria entro le ore 12.00 di martedì 15 aprile 2025.
Vi aspettiamo numerosi, anzi ... vi aspettiamo tutti!
l'Istituto Berna

IN VIAGGIO CON I SEMI: ALLA SCOPERTA DELLA BIODIVERSITA’
Giuseppe Taliercio
Giuseppe Taliercio
LE ORIGINI
Taliercio veniva da una famiglia di umili origini, proveniente da Ischia ma che, qualche tempo prima era emigrata a Carrara, dove i genitori gestivano un negozio di terracotte.
Riuscirono a far studiare il figlio al liceo e ad iscriverlo a Ingegneria a Pisa dove nonostante le difficoltà economiche della famiglia, si laureò con il massimo dei voti. Taliercio si trasferì a Mestre negli anni Cinquanta per lavorare alla Montedison, fino a diventare direttore generale.
Montedison S.P.A.
è stato un grande gruppo industriale e finanziario italiano, conosciuto con questo nome fino al 2002; attivo nella chimica e nell’agroalimentare.
Aveva interessi in numerosi altri settori; come la farmaceutica, energia, metallurgia, assicurazioni ed editoria.
PINO E GABRIELLA
Giuseppe Taliercio era il direttore del Petrolchimico dal 1980, aveva 4 fratelli che come lui erano stati cresciuti dalla madre presto vedova a Ischia. Sposato con Gabriella, aveva 5 figli; tre femmine e due maschi. E’ nato l’8 agosto 1927 a Carrara e morto il 5 luglio 1981 a Venezia.

IL RAPIMENTO E L’ASSASSINIO
Giuseppe Taliercio è stato rapito il 20 maggio 1981 da alcuni brigatisti della colonna veneta.
Tre uomini in borghese di cui uno vestito da finanziere suonarono nella sua abitazione, dove era con moglie e figli, lo rinchiusero in una cassa e lo portarono via verso le 13:15.
Successivamente fu nascosto in un casolare a Tarcento nei dintorni di Udine.
Dopo 47 giorni di prigionia, Antonio Savasta, considerato il capo dei brigatisti veneti, eseguì la sentenza sparando 17 colpi con due diverse pistole contro il baule in cui Taliercio era stato rinchiuso.
Venne fatto ritrovare cadavere nelle vicinanze della Montedison, il 5 luglio 1981, rinchiuso nel bagagliaio di una Fiat 128 azzurra.
Sul sedile posteriore della macchina sono stati abbandonati il suo orologio, il portafoglio con alcuni biglietti da visita del dirigente, lettera di un amico e 7000 lire, e un bossolo calibro 7,65.
Gli abiti erano diversi da quelli del giorno del sequestro. Durante la sua prigionia le Brigate Rosse non chiesero mai esplicitamente una contropartita per la sua liberazione.
Alle BR ( Brigate Rosse ) però non vennero fatte offerte, e solamente vent’anni dopo un dirigente della Montedison affermerà che l’allora presidente Schimberni aveva dato carta bianca in caso servisse denaro per la liberazione di Taliercio. I risultati dell’autopsia rivelarono che Taliercio non aveva mangiato negli ultimi cinque giorni e che aveva un incisivo rotto alla radice, verosimilmente a causa di maltrattamenti. Durante la prigionia, come poi emerse nel corso del processo, egli si era opposto alla collaborazione coi carcerieri. Il funerale si svolse il 10 luglio del 1981 nella chiesa parrocchiale di Marina di Carrara alla presenza del presidente della Repubblica Sandro Pertini. Giuseppe Taliercio, che è sepolto nel cimitero di Turigliano.
Quando venne ucciso aveva 53 anni.

IL PROCESSO
Antonio Savasta, membro delle Brigate Rosse, che confessò di essere stato l’autore dell’omicidio e divenne collaboratore di giustizia.
Grazie ad un forte sconto di pena fu condannato a 10 anni di carcere; il terrorista Cesare Di Lenardo ed i tre esecutori materiali del sequestro, Pietro Vanzi, Francesco Lo Bianco e Gianni Francescutti, vennero condannati all’ergastolo.
MA CHI ERA VERAMENTE PINO?
Cardinale Marco Cè patriarca di Venezia nel 2001, dice: Non ebbi la grazia di conoscere personalmente l’ingegnere Giuseppe Taliercio.
Ne sentii parlare molto bene da persone che l’avevano frequentato e che erano stupite dalla sua personalità e competenza.
Seppi più tardi che pregava e teneva un comportamento tranquillo con i suoi brigatisti e carcerieri.
Taliercio fu una luce nelle tenebre di un periodo triste per tutta l’Italia.
–Primo Stocco era uno dei suoi amici più stretti, dice: Taliercio era un tipo schivo, scrupoloso nel lavoro e riservato nella sua vita privata.
Era molto religioso e dedicava alla famiglia molto del suo tempo, nelle feste si dedicava ad una attività che teneva nascosta ai suoi familiari: faceva visita ai dipendenti della Montedison S.P.A con particolari problemi di salute, economici o d’altro.
Era un uomo di fede e gli riusciva difficile pensare che ci fosse qualcuno intenzionato a fargli del male.
Una volta mi disse: “ Bisogna sempre perdonare, anche chi uccide”.
Nel gennaio del 1980 è stato nominato direttore del petrolchimico e avrebbe dovuto ricoprire la carica fino al 30 maggio del 1981 ma i brigatisti lo rapirono il 20 maggio.
–Enrico Bondi era l’amministratore delegato del gruppo Montedison, dice: Taliercio fu una personalità illuminata dalla fede e con alti valori morali.
Era un tecnico che fino alla morte ha diretto il petrolchimico di Marghera.
Taliercio personificava sempre la cultura nel gruppo.
Italo Sbrogiò era l’ex leader di Potere Operaio, dice: Era un grande tecnico ma troppo leale e coerente con la sua fede per occupare il posto di direttore di una multinazionale.
Era un uomo di estrema gentilezza e competenza. –Don Franco De Pieri era un sacerdote di Mestre, dice: Rimase integro e forte nella sua fede, non era servo di nessuno, non era iscritto a nessun partito, non aveva potere.
L’hanno rapito pensando di cambiarlo ma non ci sono riusciti.
Lo uccisero.
-Antonio Taliercio figlio di Giuseppe, dice: Mio padre non era servo delle multinazionali, era un uomo tranquillo capace di sorridere, un cattolico che faceva volontariato e un padre che ci ha insegnato a parlare con tutti.
-Cesare Taliercio figlio di Giuseppe, dice: “Il massimo che possono farmi è uccidermi.” Mentre riporta questa frase del padre, il figlio inghiotte a fatica l’emozione, solleva gli occhiali e cerca di asciugare il ricordo che è sempre lì, perfettamente a fuoco nella memoria.
Sono passati quarant’anni e come andò h a finire lo sappiamo.
Cesare allora disse:” Io ho nutrito grandi speranze per tutti quei 47 giorni, ero convinto che le capacità di mediazione e il dialogo di mio papà lo potessero davvero salvare”.
I FATTI DESCRITTI DA UN TESTIMONE OCULARE: CESARE TALIERCIO
Eravamo seduti a tavola e stavamo mangiando.
Io, mia sorella Bianca, mamma e papà.
Gli altri fratelli non c’erano, Antonio era a scuola, Elda in facoltà a Padova, e Lucia a lavoro alla Ligabue.
Ad un certo punto suonano alla porta, mamma si alza e va ad aprire, io la seguo: ”Pino, è la Finanza”.
Al che mi volto e vedo papà che, ancora seduto, china la testa prima di alzarsi: aveva capito.
Dalle borse tirano fuori le pistole: Brigate Rosse. “Non fate niente a mio padre” gli dissi.
E lo ripetei.
Allora uno di loro mi guardò dritto, minacciandomi: ”Ma non hai capito chi siamo?”.
Intervenne quindi mia madre: ”Stiamo calmi”.
In pochi minuti mio padre venne portato in salotto e noi tre legati con le mani dietro la schiena, lo scotch sulla bocca, distesi pancia a terra e rinchiusi in cucina.
Quando mia sorella riuscì a liberarsi chiedemmo aiuto ai vicini ma di là, in salotto, non c’era più nessuno.
Nessuno vide o sentì nulla.
Iniziò allora l’attesa, ricordo un periodo confuso, quasi a due facce.
In casa nostra c’era sempre un via vai di gente, amici, conoscenti che ci sostenevano, e fuori molto silenzio, con i media che si occuparono poco del caso.
Le cronache della primavera dell’81.
Io ho nutrito una grande fiducia per tutti i 47 giorni, ero convinto che le capacità di mediazione e di dialogo di mio papà lo potessero davvero salvare.
Durante la prigionia ci scrisse delle lettere ma poi scoprimmo che le strappò.
Credo che non volesse mostrare i suoi sentimenti ai brigatisti, mettersi nudo davanti a loro.
Non ci ascoltarono in molti, tranne Radio Radicale.
Mia sorella Bianca fu ospitata da Canale 5, e insieme rilasciammo un’intervista ad Antenna 3, il giorno dopo l’uscita del volantino con il quale le Brigate Rosse lo condannarono a morte.
Il 5 luglio, la mattina presto, arrivò una telefonata.
Andò a rispondere Elda, era una cronista dell’Ansa.
Mise giù la cornetta e disse solo tre parole: “E’ andata male”.
Il corpo lo trovarono in una Fiat 128 azzurra davanti al Petrolchimico.
È inevitabile.
Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se non avessimo aperto la porta quel giorno, se avessimo fatto qualche azione eclatante…
Chi lo sa.
Ma è andata così.
Un anno prima, sempre a Mestre, uccisero il suo vice Sergio Gori.
Ero a scuola quando lo venni a sapere.
Mio padre rientrò a casa: abbracciò a lungo e con forza Elda, un gesto che ora vedo come qualcosa di simbolico.
No, non aveva paura di essere il prossimo obiettivo, lo riteneva semplicemente un evento possibile.
Credeva nella Provvidenza.
“Al massimo mi uccidono”, appunto.
Era un uomo di fede, ma una fede pratica, concreta, vissuta.
Pensi che spesso la notte se mi alzavo lo vedevo leggere gli atti degli apostoli.
Erano anni dominati da una violenza generalizzata.
C’era un clima di tensione molto forte, non so bene come spiegarlo, c’era chi usciva di casa la mattina e non sapeva se sarebbe tornato a casa la sera, gli attentati erano all’ordine del giorno, erano davvero degli anni pesanti, in bianco e nero.
Adesso se li racconti a un ragazzo del 1981, a un uomo ormai, credo faccia fatica a comprenderli.
Giuseppe Taliercio aveva chiesto il trasferimento da Mestre, quel 20 maggio era uno dei suoi ultimi giorni di lavoro al Petrolchimico.
Si sentiva solo.
-La figlia Bianca al funerale del padre, dice:
TESTIMONIANZE DEI DUE BR
-Antonio Savasta alla moglie di Taliercio: Non è molto e non potrà restituirle tutto, perché immagino sia un grande tesoro quello che vi ho sottratto.
Suo marito, in quei giorni è stato come lei lo descriveva: pacato, pieno di fede, incapace di odiarci, e con una dignità altissima. E’ vissuto serenamente, anche se il suo pensiero e le sue preoccupazioni andavano a voi.
Era lui che tentava di spiegarci il senso della vita, ed io, in particolare, non capivo dove prendesse la forza per sentirsi così sereno.
Quasi staccato dalle cose terrene. La sua dignità e riservatezza si esprimevano nei piccoli mille gesti quotidiani, facendolo mille miglia distante da me.
No, non era rassegnazione la sua.
Ha lottato per affermare il suo diritto alla vita e quello di molti altri, anche a noi che parlavamo un linguaggio di morte.
Lo so, signora, questo non le restituirà molto, ma sappia che dentro di me ha vinto la parola che portava suo marito.
L’ha vinta contro tutti coloro che, ancora oggi, non capiscono.
Anche in questi momenti suo marito ha dato amore.
E’ stato un seme così potente che, nemmeno io, che lottavo contro, sono riuscito ad estinguere dentro di me.
Credetemi, sono in debito con voi per questo e altro. -Una brigatista pentita alla moglie di Taliercio: Gentile signora, so che lei ha perdonato, che nella sua infinita bontà porta una croce, il cui peso è tutto nostro, mio. La forza di suo marito e la sua caparbietà si imponevano con dolcezza, andavano al di là del contingente, si trasformava in serenità di giudizio, anche con noi suoi aguzzini.
Lo confortava il pensiero della sua famiglia, era fiero che nulla fosse mutato nella quotidianità della sua casa, che i figli agissero secondo l’educazione ricevuta.
Non potrò mai restituire ciò che ho rubato e perciò non mi basterà la mia intera vita a pagare un prezzo equo.
Vorrei che potesse essere per lei un dolce ricordo ciò che la mia desolata memoria ha conservato.
VENNE DEDICATO UN MONUMENTO A GIUSEPPE TALIERCIO
Questo monumento è stato dedicato, oltre al Palasport, per l’appunto a Taliercio dove la targa riporta una sua frase dice: “Che gli uomini tornino ad essere uomini” Sottolineando la crudeltà degli assassini di Taliercio per l’atto compiuto, questa targa ci chiede di comportarci da umani senza cadere nel buio più profondo della società di adesso.
Inoltre hanno inciso questa frase:“ Per non dimenticare, a dieci anni dalla scomparsa”.
Questa frase cerca di dirci che gli atti compiuti da Taliercio non sono stati vani e che tutti noi lo ricorderemo, senza che lui muoia per davvero.
Come disse Ugo Foscolo: ”Nessuno muore finchè vive nel cuore di chi resta”; ed è proprio quello che stiamo facendo noi del comune e i suoi familiari, lo facciamo rimanere vivo attraverso i nostri ricordi.
Il comune di Venezia decise nel 1978 di dedicare il nuovo palazzetto dello sport a Giuseppe Taliercio.
UN'ESPERIENZA INDIMENTICABILE

















